C’è ancora il femminismo?

Che significato ha nel secondo decennio del terzo millennio il concetto di femminismo? Ha le stesse connotazioni iniziali? Ha ancora un significato?

Due giorni bloccata in casa col colpo della strega mi hanno dato abbastanza tempo libero per dedicarmi a scoprire come funziona Amazon Prime Video e a cercare di vedere qualche nuova serie TV. Una tra le altre aveva attirato la mia attenzione e curiosa di vederla mi ci sono dedicata nella stasi obbligatoria.

Good girls revolt. Le brave ragazze del titolo lavorano per una rivista di notizie che, nel boom della liberazione sessuale tra il 1969 e il 1970, non permette loro di apparire come autrici dei pezzi ma solo come redattrici/ricercatrici e solo i reporter uomini sono autorizzati a firmare il lavoro fatto in team con le ragazze perchè “qui siamo abituati così”. I quarantenni guardano ai ventenni come a degli alieni, non li capiscono e non riescono a comunicarci, ma vorrebbero averli come clienti lettori del giornale. Le vicende narrate vedono un terzetto di colleghe che cercano di cambiare la propria situazione lavorativa benché spinte da motivazioni diverse e frustrazioni altrettanto varie. Gli uomini tutti, giovani o attempati, capi o padri, sono impegnati a godersi le ragazze anche se non le considerano abbastanza all’altezza del loro lavoro. Anzi non considerano possibile che una di loro possa addirittura scrivere e quando c’è necessità di pubblicare un pezzo da un’ottica femminile viene ingaggiata una reporter donna dall’esterno: nessuno di loro suggerisce di far scrivere le ragazze.

Patti la protagonista principale, quella con le palle che dovrebbe guidare le altre finisce a letto col capo, sposato e con figlie, ma quando l’amica sposata si fa una storia col collega non esula dal guardarla con rimprovero e chiederle se è sicura di ciò che sta facendo. Una sequela di flirt e relazioni sessuali (più o meno serie) tra le redattrici e i loro reporter fanno sembrare impossibile un ambiente di lavoro misto. Non ho letto il libro, ma sembra che la morale della storia sia che maschi e femmine insieme non possono lavorare. Capisco che per l’audience avessero bisogno di almeno una scena di sesso ad ogni episodio, però minè sembrato che abbiano un po’ perso il filo dei personaggi.

Ma il succo della storia, della lotta e della rivolta è nelle parole di Patti al decimo episodio: “Sexual freedom is only one part of the liberation,[…] women realizing that other women are restless too, and they may all want different things but ultimately they all want the same thing: opportunity. So they band together to form a tribe that understands one another. […] They want it to be real, no more paper dolls.” 1

Ad una prima visione è stata una delusione, mi aspettavo delle protagoniste della rivolta, delle ragazze forti delle loro idee, invece al di la dell’azione legale sono ventenni totalmente succubi degli stereotipi che le circondano. Poi riflettendo ho capito che forse il nostro immaginario collettivo su quegli anni è travisato e costellato da immagini di donne forti nelle loro posizioni, stufe di essere trattate come giocattoli dagli uomini e convinte delle loro azioni. In realtà, probabilmente, negli anni in cui la parola femminismo aveva ancora poca risonanza ed era legata soprattutto all’idea della liberazione sessuale, le ragazze che cercavano uguaglianza nei diritti erano tutte: quelle forti e quelle deboli quelle ricche e quelle povere, insomma erano persone normali, turbate e insicure sul da farsi, senza sapere come sarebbe andata a finire, senza un futuro certo, senza sostegno familiare, senza la rete di protezione che abbiamo ora nella famiglia anche quando protestiamo.

Forse mi aspettavo di più da una storia che ha nel titolo il concetto di rivolta e di rottura con il sistema stabilito? O mi aspettavo più coscienza dalla protagonista che due giorni prima di fare causa al suo capo ci va a letto insieme? Forse erano tempi in cui si valutava di meno l’impatto delle proprie azioni? E sta proprio lì il bello di questa serie. È un ritratto delle donne che partecipavano alle marce e alle azioni legali, donne comuni, nessuna esclusa, ognuna con idee e necessità diverse ma con la voglia di cambiare la propria situazione. Saremmo noi oggi in grado di rischiare il posto di lavoro per una giusta causa? Non siamo più neanche in grado di riconoscere la necessità di curare i nostri diritti. Anni di lotte del secolo scorso cancellate da neoliberisti dell’ultim’ora, e noi stiamo a guardare senza renderci conto che ciò che noi diamo per scontato come dirittti e rispetto invece se lo sono guadagnato faticosamente le nostre nonne e le nostre madri. La libertà delle proprie scelte, il rispetto da parte degli altri e la possibilità di fare della nostra vita ciò che ci sembra più corretto sono acquisizioni recenti e che dobbiamo sempre preservare.

Vengo tacciata, con un tono tra il sarcastico e il dispregiativo, di essere femminista in ufficio da colleghi che percepiscono di me l’essere una che parla fuori dal coro, che non tollera discriminazioni, verso nessuno. Che parla a voce alta in difesa dei migranti e delle situazioni politiche dalle quali stanno scappando. Una che spesso sottolinea che si deve anche avere la possibilità di sbagliare nella vita per capire bene chi siamo e cosa vogliamo. E se nel mondo d’oggi essere femminista significa questo allora sono ben contenta di esserlo!

PS. Una situazione particolarmente interessante è nell’esercito Curdo in cui le donne hanno parte attiva e hanno scelto (non con l’arruolamento forzato come si fa in Israele) di combattere per la libertà della loro terra.

1. La liberta sessuale è solo un aspetto della liberazione. […] Le donne capiscono che anche le altre donne sono irrequiete. Magari vogliono cose diverse, ma alla fine vogliono tutte la stessa cosa: un’opportunità. Quindi si riuniscono per formare una tribù e si comprendono a vicenda. […] Vogliono essere reali, non più bamboline di carta

4 pensieri su “C’è ancora il femminismo?

  1. Forse la fiction ha preso soltanto uno spunto dal periodo storico, affascinante e coinvolgente (anche solo dal punto di vista di ambientazione e costumi) per raccontare quello che da sempre fa abboccare il pubblico di massa: tresche, storie d’amore o di sesso, intrighi.
    Ci sta tutta la confusione tra femminismo e libertà sessuale, chissà quante ragazze hanno considerato i due concetti come annodati tra loro… e chissà quante donne sarebbero capaci di andare a letto col capo e poi denunciarlo, due giorni dopo… credo pochine, mentre gli uomini forse lo farebbero con maggiore leggerezza.
    Per quanto riguarda i commenti in ufficio: io enfatizzerei ancor di più le mie posizioni, al posto tuo.
    Forse per noi donne occidentali non è facilissimo inseguire un ideale di femminismo, perché tutto sommato viviamo una condizione piuttosto libera (nonostante il Vaticano, nonostante l’infrastruttura sociale che sembra rimanere più o meno sempre identica a sé stessa, ma un minimo si muove). Aiutare tutte le donne che per cultura e tradizione non hanno le nostre stesse possibilità di affermazione, o semplicemente di “essere”, potrebbe avere senso. Il senso del femminismo.

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