Isola – libro

Questo sabato vi consiglio un libro atipico, anche solo per l’ambientazione. “Isola”, di Siri Ranva Hjelm Jacobsen, edito da Iperborea, è ambientato infatti nelle Isole Faroe, un arcipelago a metà strada tra Norvegia e Islanda.

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L’autrice ci racconta di due viaggi, avvenuti in epoche diverse. Il primo è quello compiuto da sua nonna Marita, dalle Faroe verso la Danimarca in cerca di lavoro e di una vita migliore. Il secondo è quello compiuto dalla protagonista, in senso inverso, dalla Danimarca alle Faroe, in cerca di un luogo da poter chiamare casa, un luogo di appartenenza al di là dei confini geografici.

credits: Merlin Kafka

Battute dal vento, immerse nella nebbia, flagellate da frequenti piogge, sulla carta le Faroe non sembrano certo il posto più allegro del mondo. Possiedono comunque un certo fascino, quello aspro e ruvido delle cose dure e impenetrabili.

In questo romanzo, di ispirazione autobiografica, la cupezza dell’ambientazione si specchia in uno stile crudo, rude, senza abbellimenti, eppure a modo suo poetico, che mi ha ricordato in parte il “flusso di coscienza” della Woolf e in parte la scrittura diretta e antipoetica di Magda Szabò.

L’autrice, Siri Jacobsen. Credits: iperborea.com

Ho letto parecchie recensioni negative su questo libro, probabilmente dovute alle aspettative disattese dei lettori, ma soprattutto delle lettrici. Vedendo la (bella) copertina e leggendo la trama, ci si aspetta tutt’altro. Forse una riflessione romanzata e “femminile” sul tornare a casa, un viaggio romantico verso le isole remote che tanto ci affascinano. In realtà qui di riflessione ce n’è ben poca. E ancor meno di romanticismo. Sono i fatti a parlare, i fatti nudi e crudi come il grasso di balena, tanto evocativo quanto disgustoso, che la protagonista non riesce proprio a mandare giù, segno di un’appartenenza ormai irrimediabilmente contaminata dall’emigrazione della nonna, tanti anni prima.

Chiudiamo con una citazione tratta dal romanzo, esplicativa dello stile di scrittura, nella bella ed efficace traduzione di Maria Valeria D’Avino:

La migrazione si compie in tre generazioni – la prima ‘avverte il bisogno e porta in sé la volontà’, la seconda si sente sbagliata ma mantiene la spinta ‘a guadagnarsi l’inclusione’, la terza, infine, ha radici che ‘trepidano e frugano’, si porta dentro il viaggio come una perdita.

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