Al paese di mio padre

 

Al paese di mio padre ci si arrivava con il trenino perché non avevamo l’automobile.

Il trenino era sempre affollato e sporco con enormi formiche sul pavimento di plastica e i finestrini aperti avvolti nel fumo del diesel. Ricordo il vento fresco lungo le curve per risalire la collina verso la stazione e le ginestre in estate. I miei miti erano lì, in quella che reputavo la vera Montagna pensando che il rosa delle Dolomiti fosse troppo frivolo.

Tutto è cambiato da allora, ma senza malinconia, ed ho scoperto che le Dolomiti sono indubbiamente bellissime.

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Il treno non c’è più. La ferrovia è diventata una suggestiva pista ciclabile (circa 25 chilometri da Paliano a Fiuggi) e la stazione è un centro di animazione per giovani. I romantici possono usufruire di un servizio bus Cotral (la puzza di diesel è la stessa) e viaggiare per circa due ore da Roma Anagnina ad Acuto.

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Nel tempo non ho perso il gusto di passeggiare per i vicoli del paese. Una bella porta, la finestra in alluminio, uno stemma e la parete di cemento. Tutto convive in silenzio.

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Ben presto da qualche scala scenderà un cane in cerca di compagnia e qualcosa da mangiare. Da dietro una tenda qualcuno farà capolino con sguardo sospetto come si fosse entrati nella sua cucina.

Dei vecchi del posto che conoscevo un tempo non è rimasto nessuno anche se ogni porta è ancora un volto.

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La parte storica del paese si sviluppa alle spalle del piccolo Castello. Un arco dà accesso ad una stretta via sulla quale affacciava una mescita di vino con vecchie panche e lupini.

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Ecco, quello che davvero mi manca è l’odore che c’era nell’aria. Passavo davanti alle porte spalancate della cantina correndo perché da quell’antro uscivano imprecazioni e ombre traballanti a cui veniva intimato di tornare a casa.

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La nuova pavimentazione ha strappato via quell’odore unico di vino e umido che sembrava persistere anche dopo la chiusura del locale. Riconoscere quell’aria voleva dire essere tornati, neanche il profumo della legna nei camini riusciva a contrastare quel lezzo folle.

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Il paese è austero, non cerca in alcun modo di piacere, ci si torna perché si viene da qui. Tuttavia ai più caparbi riserva qualche sorpresa come gli affreschi del XVI secolo della chiesa dedicata ai santi Sebastiano e Rocco o le due piccole chiese nascoste tra gli uliveti di santa Maria Maddalena e della Madonna di Mezzo Monte. Anche i dintorni offrono passeggiate e borghi da visitare e in estate accoglie un delizioso festival Jazz.

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La sera c’è sempre vento. Quando la stagione è buona si sentono le rondini e nei mesi freddi sale una nebbia fitta e irreale.

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“Mi dissero una volta che me ne ero andato ma quando però

quando se sempre sto tornando a casa quartiere città

e mai nessuno di voi è il mio quartiere.

Il mio bar

 così lo chiamerò il posto in cui mi sentirò uno di voi

e le vostre voci saranno musica per il mio cuore

di modo che se fossi nel mio bar

io avrei spalle su cui appoggiare le mani e orecchie a cui confessarmi e casa e luna

e stelle che dall’alto del tetto dei miei vecchi mi direbbero

fermati qua”  

Vinicio Capossela

5 pensieri su “Al paese di mio padre

  1. Per varie e inspiegabili coincidenze della vita ho sentito parlare molto spesso di questo paese. Grazie per avermi fatto respirare un po’ della sua atmosfera!

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