Alien: Covenant

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Alien: Covenant è senza dubbio un degno sequel di Prometheus, nel bene e nel male.

Dopo un capitolo che lanciava temi filo-religiosi, come la creazione dell’uomo, uniti ad uno sviluppo della trama con alcune falle non trascurabili, Ridley Scott rilancia il franchise con un capitolo che svela molto ed amplia la visione d’insieme dell’universo scaturito da Prometheus, ma che allo stesso tempo sembra cestinare in appena due ore tutti i seguiti del primo, inimitabile capitolo della saga.

Che fine hanno fatto la dottoressa Shaw e l’androide David? Covenant spiega tutto ciò che è rimasto irrisolto dal precedente lungometraggio e lo fa anche piuttosto bene in un una sequenza di bell’impatto di una manciata di minuti intorno a metà pellicola.

Un accenno alla trama: l’astronave Covenant è in rotta verso un pianeta molto molto lontano da terraformare: a bordo si trovano circa duemila coloni, comprensivi del personale di bordo, protagonista del film.
Quando l’equipaggio viene risvegliato dal computer di bordo, assistito dall’ultimo modello di androide Walter, mancano ancora sette anni all’arrivo.
Con grande coincidenza una trasmissione proveniente da un pianeta poco distante attira l’attenzione della ciurma: la decisione, non unanime per fortuna, è quella di cambiare percorso e dirigersi verso il corpo celeste che, grazie a sofisticati rilevamenti, risulta avere un’atmosfera perfettamente abitabile.

Gli accadimenti, alcuni per l’eccessiva stupidità umana, altri per pura sfortuna, si susseguono con il giusto ritmo per tutta la durata del film.

Il problema più importante è che gli eventi sono parecchio, in alcuni tratti troppo, prevedibili. Ciò può essere un difetto per alcuni (di sicuro per molti), ma al tempo stesso bisogna considerare che Scott vorrebbe andarsi ad allacciare al primo capitolo del 1979, perciò la prevedibiltà è intrinseca nello script stesso.
In parole povere, se già si sa come va a finire, è dovere di questi prequel farci vedere come, e il come risulta piuttosto intuibile con il susseguirsi dei minuti sullo schermo.

Poniamo attenzione anche al titolo del film: a differenza di Prometheus, in questo è presente anche la parola “Alien”.
Ciò è ingannevole, perchè il protagonista della pellicola non è affatto il famoso Xenomorfo, a cui è ritagliata l’ultima mezzora, bensì al vero fulcro dell’intreccio narrativo: David.
David, il sintetico superstite della spedizione Prometheus assieme ad Elizabeth Shaw, è un personaggio che si ama o si odia: ama la creazione, rispetta e detesta l’uomo allo stesso tempo e si lascia spesso trasportare in discorsi dai toni tragici, forse poco consoni a quanto sta accadendo sullo schermo.
Michael Fassbender interpreta alla perfezione sia il ruolo di David sia il ruolo di Walter, il sintetico di ultima generazione con le stesse fattezze del precedente, presente tra i membri dell’equipaggio. Gran parte del lavoro lo svolge la sua fisionomia, contemporaneamente misteriosa, inquietante e carismatica.

Per quanto riguarda gli altri personaggi siamo a livelli ben superiori rispetto alle macchiette di Prometheus, ma anche qui certe lacune non mancano. La maggior parte risultano dimenticabili e funzionali ai fini degli smembramenti, mentre alcuni vengono leggermente caratterizzati come il capitano Daniels che, come ovvio che sia, non raggiunge minimamente la potenza di Ellen Ripley.

E’ giusto spendere qualche parola anche per lo Xenomorfo: è tornato in gran forma, ma a mio parere è stata utilizzata troppa computer grafica, tanto che sovente i movimenti risultano quasi innaturali, e si tratta di un alieno!
Il vero problema che affligge questa creatura, però, è un altro: lo conosciamo troppo bene. Abbiamo visto Alien in tutte le salse e non c’è più il mistero che si poteva avere 40 anni fa; sappiamo come agisce, come pensa, dove può nascondersi: insomma, anche l’alieno risulta probabilmente scontato nella sua magnifica e orripilante bellezza.

Mi soffermo qualche secondo sull’aspetto puramente visivo del titolo: le ambientazioni sono studiate con cura, sia per quanto riguarda gli interni, con alcuni rimandi al primo film, sia per i paesaggi e le location esterne, tutte d’impatto e caratterizzate nei particolari.  Gli effetti speciali, assieme alla ormai sempre più presente nei lavori di fantascienza computer grafica, svolgono molto bene il loro lavoro e creano il giusto grado di immersione.

Infine, fa molto piacere risentire di nuovo il main theme del primo Alien, presente in parecchi momenti per dare il giusto coinvolgimento a livello sonoro, ed anche quello di Prometheus.

Tirando le somme, questo è un capitolo che sicuramente dividerà il pubblico: chi sarà in trepida attesa per il sequel e chi non darà nemmeno un centesimo per andare al cinema tra qualche anno.

Come sempre, è tutta una questione di gusti, ma è ovvio che i difetti ci sono, seppur in dose minore rispetto al precedente lavoro di Scott.

La sceneggiatura di Covenant, come detto all’inizio, svela moltissimo e cerca di gettare delle basi per il prossimo capitolo, a fronte di un finale piuttosto complicato da proseguire, ma dalle ampie possibilità di scelta.

Non ci resta che scoprire cosa accadrà con la sceneggiatura del prossimo film e come si riallaccerà il caro Ridley alle vicende del veicolo commerciale da traino Nostromo.

Io voglio assolutamente sapere come va a finire, sono in trepida attesa.

E voi?

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