Domenico, Elena e me.

SECONDA PUNTATA.

Quando arriva Elena?

Domenico Starnone, per non so quale motivo, evapora. Non esiste più nella mia testa. Lo dimentico. Divento una lettrice difficile e diffidente. Gli italiani no, non li sopporto proprio. Così come col cinema: basta con questi filmetti insulsi, divento completamente esterofila. Mi innervosisce qualsiasi manifestazione di italianità. Mi sembra tutto piuttosto vergognoso. Attenzione, però… lui a un certo punto vince. E’ il 2001. E’  stato il premio STREGA a stregarmi completamente (mi venga concesso il giuochino di parole). Non lo lessi all’epoca. Ed è stato meglio così. Me ne sono interessata poco tempo fa nonostante il faccione di Hieronymus Holzschuher in copertina occhieggiasse FullSizeRenderinterrogativo (del tipo “Vuoi deciderti a leggermi?”) da anni dalle varie librerie dei vari appartamenti che ho abitato – lo aveva comprato il mio compagno.

Innanzitutto cosa è Via Gemito, oltre ad una strada… Forse un pezzetto di  piccola vita di ragazzino? O uno scorcio spennellato con presunzione e sofferenza su una tela mal collocata sopra un cavalletto sgangherato? Oppure una delle tante grida sguaiate provenienti dalla gola di Napoli, che in fondo in fondo sembra fare da vera protagonista in questo romanzo? Mimì è il narratore. Primo figlio di papà pittore-ingabbiato-da-doveri -lavorativi/familiari, e di mamma sarta bellissima-vitale-ma-succube e tenuta alla larga da qualsiasi occasione di mondanità; sullo sfondo i parenti odiati da lui e amati da lei, e altri quattro (mi pare) fratelli minori. La narrazione non è facile, né leggera: un continuo andirivieni di ricordi, congetture e pensieri, ci costringe ad accompagnare un Mimì ormai adulto nel ricomporre confusamente il puzzle di quella parte d’ infanzia che visse nella casa di via Gemito, in cui la personalità opprimente di Federico, il padre, fa sì che il figlio coltivi l’orrore di potergli anche solo lontanamente somigliare. In cui la memoria di un bambino vacilla, facendo spesso spazio ai racconti fantasmagorici paterni e considerandoli veri. E’ bello leggere questo Starnone autobiografico, odiare ed essere al tempo stesso affascinato da Federì, così vulcanico e così presuntuoso, così duro e così sensibile, così convinto di essere più artista che ferroviere. E sentire l’amore per questa madre, Rusiné, così materna eppure quintessenza della femminilità, semplice eppure affascinante, in fondo pericolosa, forse, perché troppo – inconsciamente – seducente; debole però, che si fa intimorire dal marito, perennemente insoddisfatto, ma forte perché decisa ed intraprendente, in alcuni casi temeraria come quando tenta di avviare un’attività da sola. Le descrizioni degli ambienti, soffocanti, asfittici, sono notevoli: sembra di vivere davvero quel decennio tra i ’50 e i ’60, all’interno di un appartamento partenopeo sovraffollato, ma non dimentichiamolo: Starnone è anche uno sceneggiatore, ha indubbiamente una marcia in più nel far parlare e muovere le sue creature in microspazi tali da far tirar fuori le loro caratteristiche. E qui è importante anche la sua indagine sulla lingua. Il napoletano che non è solo dialetto. Il napoletano e l’uso che ne fa suo padre, questo essere così ridondante, che utilizza una lingua che gli somiglia, capace di impressionare, di far male, di ferire profondamente questo figlio. CHILL STRUNZ. Per Federico il mondo è pieno di STRUNZ, che non comprendono la sua arte o che addirittura sono artisti affermati e famosi e senza merito (tipo Miró, Federì lo detesta).

Il povero Mimì è spesso imbarazzato: odia suo padre e il suo modo arrogante di parlare; talvolta gli fa pena, ma non lo contraddice mai. Non troverà mai il coraggio di fronteggiarlo, e rimane per tutta la vita in bilico, a non sapere cosa provare per quel genitore onnipresente e onniscente; anzi, gli attribuisce la colpa di aver fatto crescere in seno alla madre il male oscuro che la porterà via precocemente lasciando lui a soli vent’anni e a scaletta altri quattro figli. Tenero e appassionato è l’amore filiale per Rosina; descritto invece con perplessità e forse con sgomento quello che lega i genitori tra loro, un amore fatto di mazzate, urla, lividi su di lei, ma anche di sensuali ammiccamenti, inspiegabili sintonie, alchimie incomprensibili che spiazzano il piccolo Mimì, che cresce turbato ed introverso. Finché a un certo punto decide di applicare un suo metodo, l’unico efficacie per uscire sano di mente dalle paure e dalle atmosfere cupe respirate in casa: la pura indifferenza. Per tutto. Soprattutto per la propria ormai insopportabile famiglia; un freddo e calcolato distacco che lo rende apatico ed egoista, tanto da non fargli intuire la gravità delle condizioni di Rusinè.
E’ un romanzo che entra dentro, viscerale, sanguigno, impulsivo come il linguaggio che viene usato, come le immagini che vengono offerte al lettore. Il pavone vero o immaginato da Mimì nella stanza da letto del padre, è un particolare episodio a sé stante, una visione, una epifania, ma cosa rappresenta? Forse la purezza d’animo di un ragazzino confuso contro la cecità di Federico (eppure è lui l’artista, l’essere eletto, quello sensibile), che cerca disperatamente le sigarette e non vede l’enorme colorato e vanesio volatile che vuol farsi ammirare. “Vanesia” è la parola che rimbomba per anni nella testa di Mimì: l’insulto che Federico scaglia spesso con violenza contro la moglie, e che fa intuire la paura codarda che lui prova solo nel guardarla, il timore nascosto di essere tradito. Finendo di leggere questo libro impegnativo, continuo a sentire addosso la voglia di rimanere ancora lì con loro, nascosta, a sbirciare nella casa di Via Gemito mentre Federì dipinge e urla contro i suoi modelli (si muovono troppo mentre lui li ritrae); mentre Rusinè cuce a macchina non solo i vestiti commissionati dalle sue clienti ma anche i suoi, che la fanno apparire come una star del cinema quando di tanto in tanto li indosserà a qualche mostra pittorica del marito; mentre Mimì cioè Domenico, si auto-intrappola in un imbarazzo non gestibile, che può avere sfogo soltanto nel futuro con un romanzo che vincerà il Premio Strega e che conquisterà moltissimi lettori.

Una chicca per gli appassionati di pittura: Federico Starnone è stato davvero un pittore di certa fama… Gruppo Sud, pittura napoletana

Il fatto è che un amore filiale fortissimo nonostante i dubbi sulla possibile pericolosa sensualità della propria madre (sarta), provato questa volta da una figlia, e l’astio se non odio per un padre egoista, invadente e ossessionato dalla moglie (pittore), è la trama de L’amore molesto di Elena Ferrante. Libro del 1992, edito da E/O. molesto
E questa, per chi non lo sapesse, è la querelle letteraria degli ultimi anni. Anche perché l’identità della Ferrante rimane un mistero. Wow, sembra una telenovela! Riduttivo è pensare alla trama, ma in questo caso è il primo campanello d’allarme. Bisognerebbe ricostruire un po’ la storia di Starnone che diventa sceneggiatore e che quindi scrive storie che  accendono l’entusiasmo dei nostri registi? Mario Martone intravede in questo testo ottimo materiale da tradurre in immagine. E penso anch’io che abbia ragione. Sembrano fotografie molte situazioni in cui si trova la protagonista; e molti luoghi – spesso anche qui circoscritti, claustrofobici – microspazi come l’ascensore, la camera d’albergo, ma anche il bagno – in cui Delia attraverso sé stessa, incorniciata in quel preciso luogo e “disegnata” dall’abito materno che ora è lei ad indossare, prende coscienza di una femminilità che si è finora negata (ma che la presenza del ciclo mestruale sottolinea), forse perché non poteva esplodere se non con la scomparsa di sua madre. Ma anche Napoli con le sue voci, il suo rumore, il suo traffico e la sua pioggia accompagna Delia nella ricerca della verità, senza però aiutarla. Non è un romanzo facile, e sembrerebbe proprio scritto da una donna. Ma il dubbio mi rimane. Certo, ci sono nove anni di distanza tra le due pubblicazioni… A questo punto però, vale la pena indagare! O no?

lettere augias

Le immagini di questo articolo sono copyright di whilemyguitargently settembre 2017

 

 

 

8 pensieri su “Domenico, Elena e me.

  1. Vale la pena eccome!!!! Ho letto ultimamente che, per cercare di risolvere questo “caso” ,si è scomodato persino un gruppo di professori universitari da tutto il mondo. E’ stata svolta un’opera investigativa collettiva basata sulla comparazione di 150 romanzi e 40 autori contemporanei, attraverso il metodo dell’analisi quantitativa degli elementi lessicali e stilistici ricorrenti. L’esito è stato clamoroso quanto imprevedibile: Elena Ferrante non è la moglie di Domenico Starnone. E’ proprio Domenico Starnone.
    I tanti studiosi hanno usato diverse tecniche per arrivare a tracciare il profilo di Elena Ferrante, persino la tecnica del PROFILING, tecnica analoga a quella che si vede nelle serie tv ‘Criminal Minds’ per scoprire l’assassino . Poi, unendo e intrecciando i dati, è arrivato il risultato. Che la vera identità di Elena Ferrante sia quella di Domenico Starnone è avvalorata anche da una serie di parole che accomuna i testi dello scrittore napoletano con quelli dell’autrice di ‘L’amica geniale’ ad esempio due improperi “càntaro” e “mamozio” le espressioni“risatella”, “ruscellare”, “smanacciato”, “spetazzare”, le sequenze molto particolari, tra cui “collo filettato”, “tottò sulle manine”, “sguardo valutativo” o “di scempio e di sangue”-
    Al di là della verità sull’identità di Elena Ferrante, a me appassiona l’ipotesi che circola da un po’, cioè che marito e moglie lavorino insieme e Elena Ferrante sia in effetti Starnone-Raja. Attendo con ansia la terza parte!

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    • Al di là delle analisi universitarie, il caso a mio avviso è intrigante non soltanto per le coincidenze lessicali e le espressioni (a mio avviso palesi), ma anche e soprattutto per i temi trattati, il background sociale (dopoguerra, boom economico, impegno politico che è NAPOLETANO ma in piccolo rappresenta l’Italia intera), e più di tutti l’interesse per il dialetto, sentito quasi come lingua ed espressione di una Napoli in continua trasformazione. Ritornano nomi, descrizioni fisiche di personaggi, abbozzi di sfondi familiari… Ma di questo ne parleremo poi! Resta con noi e grazie per il commento 🙂

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      • Si, ritornano sfondi politici, culturali, l’amore per Napoli e per la napoletanità ed infine dinamiche familiari Il tutto rivisitato al femminile. Per restare in tema….Starnone tiene a cazzimma!!😃
        Resto volentieri con voi e ringrazio te per i racconti sempre coinvolgenti.

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  2. Non ho mai letto Domenico Starnone, per me Napoli era Anna Maria Ortese, Elsa Morante e poi Elena Ferrante. In fondo l’ho sempre pensata come una città al femminile nonostante l’identità oscura della Ferrante. Il tuo racconto di Via Gemito mi ha coinvolta e incuriosita, non resta che approfondire e aspettare la terza parte!

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