La memoria collettiva

Cosa succederà quando gli ultimi testimoni viventi della Shoà saranno morti? Ci ricorderemo di loro? Ci ricorderemo le cose aberranti che l’umanità è stata capace di fare, sopportare o deliberatamente ignorare?

I campi di concentramento sono stati la punta dell’iceberg di decenni di diffamazione odio e indifferenza. Chi odiava silenziosamente o restava indifferente ai soprusi, ai ghetti e alle deportazioni era colpevole quasi come quei pazzi macellai che nei campi uccidevano a mani piene.

C’è chi ha cercato di aiutare, nel suo piccolo, come Irena Sendler un’infermiera che nascondeva i bimbi nelle bare per farli scappare dal ghetto di Varsavia (qui e qui la sua storia)  e che ha sempre rifiutato riconoscimenti o premi dicendo «Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria». O come Giorgio Perlasca che invece di andarsene libero a casa in Italia da Budapest è rimasto come finto ambasciatore spagnolo a cercare di dare un lasciapassare a quanti più ebrei possibile e poi dimenticato in patria (qui la sua storia), ne narra Deaglio in un appassionante libro “La banalità del bene” e Carlo Lucarelli in una delle sue trasmissioni radiofoniche nelle quali tra le storie di rockstar e gangster infila storie di eroi dell’olocausto.

Leggendo distrattamente i quotidiani online mi sono imbattuta per caso in questo magnifico sito: The Lodz ghetto photographs of Henryk Ross,A collection of holocaust photographs.

this collection reveals the everyday life and struggle of a community under incomprehensible circumstances. It is a complex portrait of life in the ghetto.

Henryk Ross era un fotografo ebreo rinchiuso nel ghetto di Lodz e in quegli anni ha fotografato la vita nel ghetto (il più grande dopo Varsavia con più di 200.000 abitanti dei quali solo 10.000 sopravvissero alla guerra) e ha seppellito migliaia di negativi per salvare le sue raccolte dalla furia nazista. Alla fine della guerra li ha disseppelliti e stampato alcune testimonianze visive delle persecuzioni di quegli anni bui usandole anche come prove nei processi ai nazisti. Ora la Art Gallery Ontario le ha caricate tutte su un sito nel quale chi dovesse riconoscere la situazione o i protagonisti delle foto può intervenire per completare le informazioni per un progetto alla salvaguardia della conoscenza, costoso e senza pubblicità, che nasce probabilmente dal bisogno di non dimenticare.

Ovviamente si possono sempre cercare online i riferimenti alla seconda guerra mondiale e al nazismo. Ma parlare anche di queste vicende così cruente nella quotidianità a volte raggiunge un pubblico più vasto, fa capire meglio di un trattato storico magari molto esaustivo ma poco empatico.

A volte poi ci si ritrova tra le mani libri che inaspettatamente narrano di storie legate all’olocausto come la storia del vecchio nazista tra i racconti della raccolta Stagioni diverse (Different Seasons) di Stephen King , o il romanzo dall’infelice titolo italiano Il profumo delle foglie di limone di Clara Sanchez.

Un libro sorprendente: l’edizione italiana ha una copertina insulsa che lo fa associare agli Harmony che imperversavano negli anni ’80 mentre in originale si intitola “Lo que esconde tu nombre” (quello che nasconde il tuo nome) ed ha una copertina molto più inquietante e legata alla narrazione.

Un romanzo su una ragazza un po’ allo sbando che conosce dei vecchietti, ricchi e gentili integrati in una comunità di vecchietti tutti ex SS e di giovani facinorosi neonazi. E su un altro vecchietto sopravvisuto a Mauthausen e cacciatore di nazisti. Un romanzo toccante che sottolinea come i giovani non ricordino nulla di quello che è successo e di come i sopravvissuti siano segnati per sempre. Come non si possa vivere una vita normale “una volta visto il male assoluto”. Mentre  i nazisti continuano a vivere delle loro illusioni di superiorità. Non è il migliore dei romanzi, ma il tema trattato lo rende molto interessante.

E mi chiedo se forse mi potrebbe aiutare a rileggere sotto un’ottica diversa Se questo è un uomo di Primo Levi. Un libro che ho liquidato in gioventù come interessante ma sul quale non mi sono mai soffermata molto a riflettere. Come avrà vissuto Levi dopo essere tornato? Avrà avuto incubi e fobie o manie legati alla reclusione nel campo di concentramento? Anche solo riuscire a mettere per iscritto o raccontare a voce certi orrori deve essere costato tanta fatica a tutti i sopravvissuti.

Un altro romanzo che catapulta il lettore nella furia della seconda guerra mondiale, scritto in contemporanea alle vicende narrate è la Suite francese di Iréne Nemirovsky,  lasciato incompiuto dall’autrice perchè deportata e morta vittima dei campi di concentramento. E’ un romanzo corale che narra le vite di personaggi in fuga o a contatto con i nazisti nei territori occupati. Una scrittrice di grande livello che purtroppo non è riuscita a sfuggire alla tremenda macchina di distruzione che imperversava in Europa e che speriamo non si ravvivi in questo inizio millennio.

Troppa la sofferenza che è stata vissuta nei decenni tra gli anni ’30 e la fine della seconda guerra mondiale in cui sono state uccise di milioni di persone per un criterio deviato di superiorità di alcuni tratti somatici su altri, di alcuni gruppi sociali, di alcune nazioni su altre. Non può essere dimenticata.

L’oblio però è dietro l’angolo.

In un mondo che va di corsa e non memorizza più neanche le minime informazioni, chi ricorderà nei prossimi decenni la shoà starà solo sui banchi di scuola. Certo ci sono film e documentari.

Ma le emozioni vissute, la quotidianità e la vita di quei pochi sopravvissuti ai campi di concentramento come riusciremo a ricordarla?

3 pensieri su “La memoria collettiva

  1. Poco più di due mesi fa, durante un weekend a Trieste feci visita all’Ex Risiera di San Sabba, stabilimento per la pilatura del riso utilizzato dai Nazisti dopo il settembre del 1943 come campo di prigionia provvisorio, come sede di smistamento dei deportati, ma all’occorrenza anche di detenzione ed eliminazione.
    La ristrutturazione “artistica” di questo luogo avvenuta nel 1966 per mano dell’architetto Romano Boico, che ha dato un’impronta personalissima ai luoghi dell’orrore, accoglie il visitatore come se fosse il deportato. In un attimo sembra di cogliere l’atmosfera di allora. Ho provato paura, sgomento, rabbia. Ogni tanto dovremmo avere il coraggio di fare una gita in luoghi come questo.
    http://www.risierasansabba.it/

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